Rimango sempre affascinata da come certi termini stranieri, che non trovano direttamente un riscontro semantico nella lingua cinese, vengano tradotti. Il mandarino, non essendo infatti una lingua fonetica impone che la traduzione di questi termini, avvenga tramite la scelta di caratteri il cui suono si avvicini il più possibile a quello originale del termine da tradurre. Ed è così, ad esempio, che la parola Hacker diventa 黑客 (Heike) che letteralmente significa: “ visitatore nero”. Qui i caratteri scelti non solo hanno una somiglianza fonetica ma riescono a rendere anche bene (secondo me) l’idea di cosa sia in realtà un Hacker.
Alcuni Ricercatori della IWM (Information Warfare Monitor) hanno scoperto circa un mese fa l’esistenza di una rete di spionaggio nel cyberspazio che a tutt’oggi è stata in grado di infiltrarsi in almeno 1295 computers in ben 103 paesi. Sempre secondo questi studiosi, sembrerebbe ancora poco chiara la base di questa ragnatela informatica anche se tutti gli indizi sembrerebbero portare alla Cina. Sarebbe troppo semplicistico e fuorviante però pensare, che questa rete di spionaggio sia collegata in maniera diretta alle autorità governative della Repubblica Popolare. Grazie al lavoro infatti di alcuni giornalisti e ricercatori, e tra tutti spicca il nome di Scott Henderson, è emersa una realtà molto più complessa del fenomeno Hacker in Cina, che vede associate le attività di questi giovanissimi geni del computer a dei forti sentimenti nazionalistici e patriottici per il proprio paese. Già nel 2005 un articolo, sul Sunday Morning Post di Hong Kong, sottolineava come gli Hackers cinesi a differenza dei loro colleghi occidentali, i quali nella maggior parte dei casi sono degli anarchici individualisti, siano molto più coinvolti politicamente. Il Patriottismo sembra andare molto di moda in Cina e quindi, dei ragazzini mossi da quella passione trascinante tipica dell’età giovanile, che tramite il semplice utilizzo di un notebook riescano a far nascere forti campagne nazionaliste, sono un pò da “venerare” quasi (se non esattamente) come delle Rock Stars.
Qualche giorno fa è apparso sul sito Popular Science un articolo molto interessante dove la giornalista Mara Hvistendahl fa un’analisi puntuale del fenomeno in questione raccontando anche le vicende di alcuni tra i più famosi Hacker della storia cinese come “Goodwell” o Peng Yinan.
Il fatto che comunque non si resca a “linkare” direttamente governo e hackers non deve trarre in inganno. Il rapporto tra cittadini privati e potere politico in Cina troppo spesso è fluido ed intriso di sfumature poco nitide. Il fatto che le autorità non diano la caccia a questi giovani “visitatori neri”, a meno che non siano le autorità cinesi stesse ad essere nel mirino di un cyber attacco, lascia intendere di un tacito accordo tra potere centrale e pirati informatici. Una mancata politica, unita ad un’ efficace azione repressiva contro le attività di cyber spionaggio da parte del partito comunista cinese, non fa di certo dormire sonni tranquilli. Con la mastodontica massa di informazioni che viaggia oggi giorno sulla rete, un utilizzo sbagliato di certi dati sensibili potrebbe portare a conseguenze facilmente prevedibili.
Un vecchio detto Ebreo dice che la società moderna è basata essenzialmente sulle idee di tre vecchi uomini: Marx disse: ” E’ il denaro a muovere tutto”, Freud invece sentenziò: ” è il sesso che fa girare il mondo”. Arrivò poi Einstein concludendo con il suo:”tutto è relativo”.